Trascorro tutta la settimana lavorativa circondata da persone più o meno simpatiche (per fortuna sono più le simpatiche e gradevoli di quelle non) e da cellulari che squillano e messaggiano. Troppo spesso mi accorgo di salutare, ridere, parlare, scherzare, pensare, cantare e guidare come se non si potesse fare altrimenti, come se fosse già tutto definito e quasi “obbligato”, come se ogni azione dovesse necessariamente seguire l’altra. Confesso che il fermarmi, l’ascoltarmi mi fa paura. Perché si, noi ci facciamo paura. Con tutte le nostre complessità e fragilità io mi faccio paura. Messa di fronte ai miei pensieri, alle mie debolezze, ai miei insuccessi e desideri non trovo vie di fuga e devo darmi delle risposte, o almeno cercare di farlo. Oggi è una di quelle serate in cui anche se non vorrei, ho tirato il freno a mano. E’ un caldo sabato sera di luglio: la città è piena di eventi e occasioni per fare due parole, per scambiarsi una risata e far trascorrere il tempo con leggerezza. Invece ho bisogno di altro. Ho bisogno di stare con me. Ho bisogno di mettermi alla prova e di vivere un po’ di ore con me stessa (speriamo di essere una piacevole compagnia!). Come tutte le volte in cui sento confusione dentro di me, ho approfittato del mio stare in casa per mettere ordine fuori di me. Che è già un partire da qualcosa. Ho piegato vestiti riponendoli nell’armadio (in ordine di sfumatura di colore…..mia grande mania!), sistemato la cucina (cosa che odio dal profondo), riordinato carte, cataloghi e depliant (ve lo confesso: sono un’accumulatrice seriale di carta stampata!), nascosto un po’ di cose inutili ma non così inutili per essere buttate via (dovranno soggiornare ancora un po’ dietro un’antina o dentro un cassetto prima di prendere la via del macero). Per questa sera mi sono imposta tre piccoli gesti:
- lasciar stare il cellulare (inutile fuggire da me tuffandomi nei social o nei messaggi);
- ascoltare buona musica (jazz in questo momento, un jazz vellutato ed avvolgente). La musica mi fa volare via e ritornare migliore dentro me stessa;
- farmi rassicurare dalla luce di 2 candele sistemate vicine tra loro. Immagino di essere un po’ meno sola: una è la mia luce, l’altra è la luce di qualcuno che in qualche parte del mondo sicuramente mi vuole bene e sta pensando a me…..
Ho cenato in terrazza, respirando a fondo la fortuna di vivere in un quartiere così tranquillo e pieno di verde. A tavola con me c’erano i miei pensieri: molti rassicuranti, altri effervescenti, alcuni tristi…..e uno molto cupo. Ho cercato di allinearli, in ordine di importanza, peso ed energia. Non ho risolto molto, ma almeno ho accettato quello cupo. L’ho guardato, scandagliato e accettato.
Mi sono ripetuta che la consapevolezza è un primo passo per superare le proprie paure e tristezze.
Ormai la serata è scivolata via, in modo più o meno facile. Devo dire che sono abbastanza soddisfatta di come l’ho affrontata. Un tempo sarebbe stato inimmaginabile per me resistere una serata in compagnia di me stessa (che è un modo migliore di definire la solitudine) senza sprofondare nella malinconia di pensieri che si arrovellano su se stessi. E visto che sono stata brava (bisogna dirselo, bisogna gratificarsi!) mi premio regalandomi la lettura di un buon libro. Inizierò “Il cammino di Santiago” di Paulo Coelho: il racconto di un viaggio che prima o poi troverò la forza di fare con me, per me e dentro di me.
Buona serata alla mia e alla vostra anima. Vogliatevi “più” bene!
Non sai quanto mi rende felice sentirti così positiva. Leggendo le tue parole allleggerisco anche i miei pensieri immaginando di trascorrere una serata con me stessa …
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Felice di farti stare bene
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